venerdì 24 novembre 2017

Degradanti e ininfluenti: la prassi.

Leggo in giro una grossa indignazione alla notizia secondo la quale alle due ragazze americane stuprate da due carabinieri sono state fatte, in sede processuale, domande definite "degradanti" e "ininfluenti".

Ora, è molto bello quando le persone si svegliano e iniziano a capire come funziona il mondo, ma vorrei che fosse chiaro a tutte e tutti che di domande "ininfluenti, offensive e degradanti" che rendono di fatto le vittime di violenza sessuale le vere e sole imputate nei processi se ne fanno sempre. 
Citerei per l'ennesima volta "Processo per stupro", ma mi potreste obiettare che sono troppo ancorata al passato.
Quanto sta succedendo in questo processo non è, fidatevi, una novità.
Si comincia nelle caserme, coi vari “come era vestita” o “perché era sola a quell’ora” e si continua così.

Mi preme sottolinearlo perché anche nel “nostro” ambiente sembra che in molt@ si stiano stupendo per questo atteggiamento degli avvocati della difesa, come se non sapessero che questa no è altro che la norma e non vorrei che passasse l’idea che ciò sta succedendo solo perché gli stupratori portano una divisa. 
Questo vorrebbe dire negare quanto avviene ogni giorno sul corpo delle donne.


Questo schifo è la prassi, fa parte del pacchetto stupro.


Non solo vieni violentata, ma devi anche spiegare perché è successo.


E quindi devi giustificarti per un sorriso, per un bacio, per un bicchiere di troppo (?), per gli abiti che indossavi, per il posto in cui ti trovavi.


Oh, poi io se vi svegliate son contenta uguale, in fondo “meglio tardi che mai”. 


mercoledì 18 ottobre 2017

Il vaso di Pandora della merda. Cosa ho imparato dal caso Weinstein.

La prima cosa in realtà non l'ho imparata, è stata piuttosto una conferma, il Grande Classico ribadito e riadattato secondo l'esigenza del momento: non credere mai ad una donna che denuncia una violenza. Soprattutto se è una donna disinibita, libera e magari pure ricca e famosa.
Insomma, come è possibile credere ad una come Asia Argento? Una che è sempre stata sopra le righe, una che ha fatto dell'eccesso ostentato uno dei suoi punti di forza, una fattona figlia di papà che chissà come ha fatto ad avere successo. E poi sono passati vent'anni, sicuro sta cercando pubblicità.
Lei e quelle altre troie di Hollywood, che prima ci sono state perché gli faceva comodo e poi adesso denunciano. Ma figuriamoci.

Ho imparato che parlare di potere e patriarcato è pressoché impossibile, perché se una donna accetta (non "subisce", "accetta") proposte sessuali dal suo capo, il problema è che lei è una zoccola arrivista e le gerarchie di potere non c'entrano niente. Poteva sempre andare via.

Questa storia mi pare l'esempio lampante delle difficoltà di molte e molti nel comprendere ed affrontare quello che è alla base della violenza sessuale: il potere patriarcale. 
Il solo nominarlo suscita fastidio e derisione. Eppure in qualche modo tutto nasce da lì, dall'idea che una donna valga meno in quanto donna e che quindi sia accettabile e quasi "normale" che un uomo possa approfittare della propria posizione e del proprio potere per sottometterla.


Ho imparato che perché una vittima di violenza venga creduta ci vogliono i dettagli. 
Alle persone in realtà non importa niente della violenza, quello che conta è sapere come, dove , quanto e con cosa una donna è stata penetrata. Se ha urlato abbastanza, se le ha fatto male, se ha sanguinato, se i medici del pronto soccorso sono rimasti scossi dalle sue condizioni. 
Senza sangue esposto non c'è violenza.

Alle persone piacciono i dettagli, quelli più truci.
Se non ci sono sangue e lacrime difficilmente una donna sarà creduta.
E il degrado. Ci vuole il degrado.
Perché nell'immaginario collettivo lo stupro è una cosa che succede di notte, in strade buie, in vicoli appartati. O in case fatiscenti e sporche, dove a stuprare non è un uomo, ma un "orco", un "mostro", qualcuno che deve sembrare il più lontano possibile da noi.

Ho imparato, anzi di nuovo ho avuto la conferma, che non basta dire "no", perché ci sarà sempre qualcuno pronto a misurare con quale tono, intensità e convinzione lo hai detto. 
Avevi la voce alta? Si capiva bene? Hai scandito bene le parole? Non è che avevi bevuto e biascicavi? E se per caso hai "lasciato fare" perché magari eri pietrificata dalla paura ecco che sei improvvisamente complice. 
Magari la cosa ti ha fatto comodo e ti è pure piaciuta.

E dire che tutta questa storia potrebbe essere usata come il più lampante degli esempi di cosa sono e come funzionano le questioni di potere in una società e un ambiente maschilisti. 
Patriarcato e cultura dello stupro qui mi paiono perfettamente descritti in ogni loro sfaccettatura. 
C'è l'uomo potente che approfitta della sua posizione nei confronti di una donna e c'è una società maschilista che stigmatizza la donna che di quello stesso maschilismo è stata vittima. 
E così all'infinito.

Non so come stiano affrontando questa storia nel resto del mondo, ma qui la faccenda non pare riguardare Weinstein e il sistema che lo ha coperto e protetto, ma Asia Argento.
Lei è la colpevole che deve difendersi. 
I "c'è qualcosa che non mi torna" sono ovunque, potenti e disgustosi, anche tra le/gli insospettabili, troppo impegnate/i a sputare merda su una donna che non piace piuttosto che indagare cosa sia successo e che significato abbia.


La vittima che deve spiegare perché è stata vittima. Di nuovo e sempre.

martedì 3 ottobre 2017

Sesso con, stupro con. Non farcela mai.

Di nuovo torno sulle parole usate per raccontare la violenza.

Sarebbe bello essere una linguista, credo ne potrebbe uscire qualcosa di interessante.
Da parte mia, mi limito, come al solito a mettere per iscritto le cose che mi vengono in mente.

Ancora una volta l'occasione per parlarne mi viene offerta da La Repubblica, che tenta con difficoltà di trovare il titolo adatto per un pezzo sullo stupro di Firenze.

Comincia malissimo, parlando di "sesso con".

Comincia male, sì, ma non sta facendo niente di così strano o fuori dalla norma.

Provate a iniziare a farci caso: quando la violenza sessuale è compiuta da professionisti, professori, guardie, i titoli che troverete racconteranno quasi tutti di "sesso con". Insomma, dire "stupro" fa proprio pensare ad una cosa brutta, non ci stanno scappatoie. 
Chiamare un rapporto sessuale non consensuale col suo nome,"stupro", parrebbe andare ad  insozzare carriere o divise, a volte perfino luoghi di nascita, e allora deve essere parso molto meglio scrivere "sesso con". Che poi come sottotesto c'è il classico "e però pure lei se l'è cercata" che sta bene su tutto.



Qualcuno su twitter fa notare che il "sesso con" presuppone consenso e che quindi, insomma, sarebbe il caso di trovare un titolo migliore.

La Repubblica non vuole certo deludere lettrici e lettori e quindi si impegna nel secondo tentativo e riesce a titolare "stupro con".

"".
Perché come sappiamo bene lo stupro presuppone reciprocità e consenso.

La donna stuprata è corresponsabile, perché lo stupro è avvenuto con lei. 
Non a sue spese, non ai suoi danni, non sulla sua pelle, non devastandole la vita. 
Con lei. 

In sua compagnia. 
Magari le è pure piaciuto e poi ha cambiato idea e ha denunciato, si sa come vanno certe cose.






Ma di nuovo su Twitter qualcuno sostiene che  ancora proprio non ci siamo e finalmente al terzo tentativo La Repubblica arriva a quello che, forse, sarà il titolo definitivo: "violenza sessuale".















Ci sono voluti tre tentativi e le proteste più o meno ironiche su un social network perché uno dei giornali più diffusi del paese riuscisse a trovare un titolo per un articolo che parla di violenza sessuale.

Quello che è successo con questi tre titoli, comunque, non è altro che un esempio facile facile di quello che accade quando si parla di violenza sulle donne. 

Si trovano mille modi, magari anche più o meno inconsciamente, per sminuire, per trovare scusanti, per colpevolizzare le vittime, come è nella migliore cultura dello stupro.

Scrivere "sesso con" è giudicare le vittime, sottintende che ci sia stato un rapporto consensuale e quindi, di fatto, si toglie credibilità a chi ha denunciato lo stupro. 

Non mi pare che cose simili accadano con una tale sistematicità in altri casi, ma sicuramente sbaglio.
Nel caso, correggetemi.


lunedì 2 ottobre 2017

Notti brave.

Capita spesso a molte di noi di sentirci dire che esageriamo, che ci fissiamo sulle banalità, che i problemi sono "ben altri", che focalizzarsi su parole e narrazioni sia inutile e ci renda delle specie di pazze isteriche fuori dal mondo.
Ci siamo abituate.

Ci capita, per dire, ogni volta che non riusciamo a ridere dell'ennesima battuta sessista, quando non sorridiamo appagate se per strada ci fanno notare che abbiamo un bel culo, se non accettiamo che altre donne vengano chiamate puttane per le loro scelte di vita.

A volte perfino io mi dico di lasciar correre, di evitare le polemiche, per una volta sola di lasciarmi scivolare tutto addosso e farmi i cazzi miei.

Solo che poi capita di leggere nella cronaca locale di uno dei più diffusi quotidiani nazionali dell'ennesimo stupro

Una ragazza stuprata ripetutamente da tre uomini  poi abbandonata in strada.

E capita di leggere che l'autore di quel pezzo descriva la violenza come una "notte brava".

Una notte brava.

Tipo quando vomiti perché hai bevuto troppo o ti sei fatta un sacco di canne e ti gira tutto o vai in motorino fino a Ostia per fare il bagno di notte.

Una notte brava.

Ecco, a furia di dire "notte brava", di parlare delle abitudini sessuali delle vittime, di sminuirle, di descrivere la violenza a qualcosa che ci può capitare se non siamo attente, quella violenza sarà percepita come qualcosa di poco importante, qualcosa che se è capitata proprio a noi, in fondo, è perché ce la siamo cercata.

Sarebbe un passo avanti già non dover mai più leggere certe cose.


mercoledì 20 settembre 2017

Tutte le volte che non sono stata accorta.

In risposta al tweet di cui parlavo ieri, in molti hanno lamentato la scarsa prudenza delle donne, che dovrebbero imparare ad essere più attente per evitare brutte situazioni, molestie e stupri, così stamani ho iniziato a pensare a tutte le volte in cui non sono stata abbastanza "accorta".

Di certo non sono stata accorta quando il vecchio vicino di casa mi strinse, mi mise una mano sul culo e strusciandosi ansimante mi chiese di andare con lui "alla baracchetta". Ma avevo otto o nove anni e a quell'età ci si fida. Non so se vale, ma intanto la metto in lista.

Non sono stata accorta quando sul 57 un tizio mi mise la mano in mezzo alle gambe. Gli diedi uno spintone usando lo zaino come "arma": dentro ci stava il Rocci, spero di avergli fatto male.

Non sono stata accorta insieme a mia madre quando due tizi in macchina ci chiesero "una pompa". Mamma gli corse dietro con la sua Panda 750, li affiancò e disse loro cose irripetibili. Poi mi disse "se ti succede e sei sola, strilla e poi scappa". Mi stava accompagnando a scuola, credo fosse alle medie.

Non sono stata accorta quando un tizio mi seguì dal garage fino a casa borbottando cose che non capivo. 

Non sono stata accorta quando due tipi mi affiancarono in motorino sulla Gianicolense invitandomi a fare cose con loro.

Non sono stata accorta quando il prof. di Storia delle Relazioni Internazionali mi guardava le tette durante l'esame.

Non sono stata accorta quando al mare sola qualcuno ci ha tenuto a dirmi quanto fossi "carina" e mi ha chiesto se volevo compagnia.

Non sono stata accorta tutte le volte in cui per strada mi sono stati chiesti pompini, la fica, il culo, seghe, varie ed eventuali.

Non sono stata accorta quando sul treno il controllore venne nel mio scompartimento a dirmi che sola non era sicuro, ma potevo sempre andare con lui, che si stava anche più comodi.

Non sono stata accorta le innumerevoli volte in cui "casualmente" qualche mano è finita non richiesta sul mio culo.

Non sono stata accorta quando stavo entrando in macchina e un tizio in motorino ha accostato per chiedermi dove stava via della Giuliana e poi si è tirato fuori il pisello, ha iniziato a farsi una sega e mi ha chiesto se volevo continuare.

Non sono stata accorta quando guidando il motorino coi miei bei vestitini estivi sono stata oggetto di "complimenti" non desiderati ed espliciti inviti a spogliarmi.

Queste sono quelle che mi sono venute in mente a freddo.
So che se mi fermassi a pensare ne troverei parecchie altre.

Perché se è vero che "non tutti gli uomini", vi assicuro che è verissimo che invece "tutte le donne".

A tutte noi è capitato di essere molestate, di esserci sentite a disagio o in pericolo. 
A qualcuna è andata molto peggio e non tutte sono qui a raccontarlo.

Quindi, quando piagnucolate perché le nazifemministe cattive vi trattano come bestie e avete paura che vogliano castrarvi, fate un favore, andate affanculo da soli e non fateci perdere tempo.

martedì 19 settembre 2017

Di educazione, castrazioni e cazzate varie.

8 marzo 2016 - Roma
Spinta dalla strepitosa campagna antistupri de Il Messaggero, ho avuto la brillante idea di tweettare: "Leggo di app antistupro, di taxi dedicati, di telecamere e lampioni. Manco un cazzo di accenno all'educazione dei maschi. Siamo noi che dobbiamo imparare a non farci stuprare. Sempre. Da sempre.

Mi sembrava una cosa banalotta, a dirla tutta, una di quelle che dico sempre e che di solito sono accolte da un "cheppalle questa, sempre le stesse cose", ma l'ho voluta scrivere ugualmente.

Non l'avessi mai fatto!

Mai avute tante interazioni in anni di fregnacce in rete.

Io ero lì a ribadire l'ovvio, cioè che sarebbe ora di smetterla di colpevolizzare le donne vittime di violenza, di spiegarci come non essere stuprate e cominciare invece ad insegnare agli uomini a non stuprarci.

Insomma, non era altro che l'ormai per me trito discorso sull'educazione, la solita idea secondo cui se da subito si insegnasse che le donne non sono oggetti da possedere ed usare a piacimento, forse si potrebbe pensare di poter cambiare le cose. 

Invece no.

Stando alle risposte e alle discussioni nate da quel tweet, a quanto pare quello che è arrivato a molti e molte (!) sarebbe la mia convinzione che gli uomini siano tutti stupratori per natura.



Quello che ho notato nelle troppe interazioni è stata la solita, noiosa, inutile ed estremamente fastidiosa corsa al "non tutti gli uomini", ai "sì, ma...", e alla temibile "prudenza" consigliata alle donne.

Perché va bene tutto, ma per prima cosa tu, femmina, devi essere "accorta" e "vigile" per non metterti nei guai e per "prevenire da ambo le parti", che è sempre meglio "che curare il danno" (sono tutte citazioni, eh).
Solo così, forse, potremo evitare le violenze.
Forse.
Perché ci sono anche quelle in casa, in ufficio, in palestra, a scuola... Lo stupratore non è solo il tizio che spunta fuori nel buio, ti minaccia di morte e abusa di te. Spesso è tuo marito, il tuo compagno, il datore di lavoro, il vicino di casa, tuo padre.

Perché, diciamola tutta, l'uomo ha i suoi istinti ancestrali, come dice il Senatore D'Anna, quindi non è che possiamo pretendere molto.
Impariamo piuttosto a stare composte e silenziose al nostro posto, possibilmente alla luce del sole, in luoghi affollati ma non troppo e con un abbigliamento consono.

Ho constatato una volta di più l'enorme difficoltà (ahimè non solo maschile) nel nominare la violenza di genere per quello che è e l'incapacità (o la non volontà) di accettare e riconoscere l'esistenza di una violenza agita dagli uomini sulle donne.

Stigmatizzarla e nominarla non vuole in alcun modo insinuare che gli uomini siano tutti stupratori o femminicidi.

È offensivo attribuirmi un pensiero tanto idiota.

Ed è umiliante dover ripetere ogni volta le stesse cose.

Ma  ripensandoci è molto più semplice vederla così: la femminista vuole che si parli di "educazione dei maschi", perché è una misandrica nazifemminista che sogna la "castrazione dei neonati".

L'imbecillità e la cattiva fede della gente continuano a lasciarmi basita.

Io, che ogni volta che il discorso sull'educazione dei maschi sogno che tutti quelli che mai nella vita potrebbero anche solo immaginarsi quali prevaricatori, sfruttatori, stupratori, femminicidi prendano pubblicamente posizione non per dire "io non sono così", ma per affermare che la cultura nella quale sono (e siamo) cresciuti è una cultura patriarcale che vede lo svilimento continuo del femminile come qualcosa di normale ed accettabile e che non sono più disposti ad accettarla.

Oh, sia chiaro, io so benissimo che uscire dal privilegio è difficile e faticoso. 
Insomma, come scrive Lorenzo Gasparrini nel suo "Diventare uomini. Relazioni maschili senza oppressioni": 
A un bambino, a un uomo, il patriarcato offre molto: un potere duraturo sulle donne e su chi non è eterosessuale, un mondo costruito su quel potere [...]
Abbandonare il privilegio costa fatica e può essere doloroso.
Ma si può fare.

Conosco uomini che lo stanno facendo, che ogni giorno provano ad uscire da quella cultura che sottomette anche loro, ponendosi domande e cercando di cambiare atteggiamenti.

E non crediate che questa lotta continua non abbia un prezzo anche per le donne.
Parlare apertamente di patriarcato, di cultura dello stupro, di femminismo non è semplice. E scrollarsi di dosso atteggiamenti, parole e convinzioni è una fatica quotidiana pressoché infinita.

Questo intendo per "educazione".
L'uscita da un sistema che insegna che "l'uomo è cacciatore", che "l'istinto dell'uomo" è quello e che la donna deve solo trovare il modo di salvarsi.

Sono convinta che se non cominciamo a parlarne apertamente con ragazzi e ragazze non ne usciremo tanto facilmente.

giovedì 14 settembre 2017

Chi è che stupra?

Mi chiedevo, di chi è la colpa di un delitto?

Se c'è un furto, la colpa è del ladro.
Se c'è una rapina, la colpa è del rapinatore.

Il rapimento ha il rapitore, l'omicidio l'assassino e via così.
Facile e lineare, son quelle cose che impari alle elementari con i disegnini sul sussidiario.

Solo che poi si arriva allo stupro. 

E chi ha la colpa di uno stupro?

"Lo stupratore!" diranno subito le mie piccole lettrici. No ragazze, avete sbagliato. (semicit.)

Per lo stupro la faccenda è più complicata di così.
Lo stupro è l'unico delitto per cui si hanno decine, centinaia, migliaia di colpevoli che non necessariamente coincidono con lo stupratore. Sarebbe così banale!

Qualche esempio, giusto per capire di cosa parliamo.

Colpa di uno stupro può essere la notte, una strada isolata, il gran caldo, una gonna, una maglietta, un paio di birre, le canne, la noia, l'orario, il quartiere, il colore della pelle, il mestiere, la provenienza, l'occupazione, l'istruzione ricevuta.

Ma più di ogni altra cosa, la colpa dello stupro è la donna.

Lo dicono in tanti/e da sempre, a volte a mezza bocca, quasi per non farsi sentire, come se si avesse vergogna di dire che, insomma, se ti stuprano la colpa è tua.

Finalmente, però, Lucetta Scaraffia su Il Messaggero non ha paura di prendere posizione e ci dice senza mezzi termini e ipocrisie come stanno le cose nel suo "manuale per le donne".



Innanzi tutto la colpa è di una che accetta passaggi dagli sconosciuti, tanto più alle 4 del mattino
Quindi se ti stuprano con ogni probabilità la colpa è tua che non hai ascoltato gli insegnamenti che di certo qualcuno deve averti dato. So' le basi. Gli sconosciuti, le caramelle, i passaggi, 'ste cose qua.

Senza contare poi che il mito della raggiunta eguaglianza con gli uomini stia portando a effetti perversi, che fanno si che molte ragazze ormai girino di notte senza prendere le più elementari precauzioni
Purtroppo Scaraffia non ci offre un elenco delle precauzioni più elementari, ma possiamo immaginare comprendano maglioni larghi, capelli arruffati e magari zozzi, pantaloni  che non lascino vedere le forme, scarpe comode per correre e magari un maschio accanto. La cintura di castità è fuori moda, ma ha sempre dato ottimi risultati.
In ogni caso mai, mai, mai credere nell'eguaglianza con gli uomini. Questa folle idea è pericolosissima ed è una grande causa di stupro.

Quindi dobbiamo essere prudenti e usare precauzioni. 
Meglio ancora dovremmo rimanere in casa, soprattutto di notte, almeno lì alle brutte ci stupra qualcuno che conosciamo già.

Ma sopra ogni cosa, amiche mie, la colpa è sua, di quello schifoso, infido, immondo, riprovevole Femminismo
Il femminismo infatti ha rigettato con orrore l'idea che le donne avessero bisogno di protezione, preferendo inseguire una libertà dal loro destino biologico, cioè negando sia la maternità sia la maggiore fragilità, per arrivare a equipararle in tutto e per tutto ai maschi. [...] La debolezza di questo progetto, così evidentemente utopistico, è stata pagata a duro prezzo da quelle donne, soprattutto giovani, che hanno creduto di non avere più bisogno di cautele. In realtà, un rapporto più libero e consapevole con il proprio corpo non deve escludere la necessità di riconoscere i rischi e le debolezze del destino femminile, per prevenirli.
Maledetto Femminismo, che ci ha parlato di gioia, di libertà, di indipendenza.

Che ci ha promesso un'esistenza piena così come la desideriamo, che ci ha detto che siamo forti, che possiamo tutto, che non dobbiamo piegarci mai.
Che ci ha detto che il nostro destino non è essere madri, ma che possiamo decidere noi stesse cosa fare delle nostre vite. Magari addirittura fare figli. Decine di figli e figlie.

Lui, che ci ha illuse cancellando l'antica idea che gli uomini devono proteggere le donne, che ci ha detto che avremmo potuto andare per il mondo da sole, magari alle 4 di notte, magari con una gonna corta e la canottiera aderente. 

Ancora una volta ho imparato qualcosa: se mi stuprano la colpa sarà sempre e solo mia, che mi ostino a non accettare il mio destino, quello di un essere debole e inferiore e bisognoso di una corazza protettiva, possibilmente maschile.

Ho imparato che prima ancora di educare i maschi a non violentarmi devo essere educata io a restare al mio posto, quello stesso posto che mi è stato assegnato duemila anni fa, un posto di subalterna, di comparsa.

Devo ricordarmi bene di questi insegnamenti, perché in tutti questi anni al contrario ho sempre pensato che la colpa dello stupro fosse dello stupratore.

venerdì 8 settembre 2017

Raccontare la violenza. Un esempio.


Due studentesse americane a Firenze hanno denunciato di essere state stuprate da due carabinieri.
Non sono io a dover fare indagini e processo, quindi non è questo il luogo dove gridare alla colpevolezza o meno dei due.

Non voglio nemmeno giocare al "trova le differenze" tra la narrazione di questa violenza e gli stupri di Rimini, è troppo facile e lo stanno facendo tutt*, spesso scadendo parecchio in basso: fare classifiche tra lo stupro compiuto da stranieri e da italiani fa schifo, sia che lo facciano i vari Salvini, Zanardo e Meloni, sia che lo facciamo "noi" nel tentativo di dimostrare l'ovvio e cioè che sono gli uomini che stuprano e che la provenienza geografica, la religione, il colore della pelle non c'entrano niente.


Quello che qui mi interessa è il racconto della vicenda ad opera di uno tra i più importanti quotidiani nazionali. Evito volutamente di leggere carta straccia come Libero o Il Tempo, sarebbe penoso.

E’ una storia che fa rabbrividire quella che si sta consumando in queste ore a Firenze. Ancora oscura, strampalata, piena di dubbi e incongruenze, messaggera di verità o di menzogna e che rischia di gettare ombre e fango su un’istituzione, i carabinieri, simbolo di legalità e giustizia. In attesa dell’esame del Dna, che fugherà ogni dubbio, l’unica cosa certa, è che le ragazze hanno bevuto molto e una di loro aveva fumato cannabis: lo hanno confermato i test alle quali sono state sottoposte giovedì pomeriggio e il loro stato, se la violenza fosse confermata, aggraverebbe la posizione dei carabinieri perché le “vittime” non sarebbero state in grado di intendere e di volere e anche se i presunti violentatori dichiarassero che erano consenzienti l’accusa di violenza sessuale non cadrebbe e anzi ci sarebbero delle aggravanti. Le due ragazze avevano un assicurazione che prevede anche una copertura in caso di stupro. [Marco Gasperetti, Il Corriere della Sera, i grassetti sono miei.]
Ombre e fango sull'istituzione, alcool e cannabis, assicurazione sullo stupro. 
In appena un paragrafo Gasperetti di fatto giudica le due ragazze e offre la sua versione dei fatti. 
Mancano le gonne corte, l'ora tarda e il classico "se la sono andata a cercare", ma il livello è quello.


Eppure, se è vero che ancora non si sa nulla, se è vero che ancora non ci sono i riscontri del DNA, se e vero che ancora sono in corso le indagini, un giornalista dovrebbe limitarsi alla pura cronaca: due ragazze americane hanno accusato di stupro due carabinieri. 
Ma con poche, studiate parole il tarlo del dubbio è insinuato.
Le due fumano e bevono, di certo sono due poco di buono.
Basta leggere i commenti alla notizia sui vari social per rendersene conto.
Come osano due puttanelle americane gettare discredito sulla Benemerita?
Cosa ci facevano in macchina con due Carabinieri?
Perché si sono fatte accompagnare a casa?



Dei due presunti stupratori non sono stati resi noti i nomi, non abbiamo i loro profili Facebook da spulciare, non sappiamo se hanno madri, sorelle o fidanzate. Non conosciamo i loro volti, non ci sono foto a ritrarli sorridenti al mare con gli amici o in divisa nel giorno del giuramento con mamma e papà. 
Raramente è stata usata la medesima premura per altri accusati. O per le vittime, che troppo spesso sono gettate in pasto a un pubblico sempre più bramoso di dettagli quanto più possibile sporchi, dolorosi, macabri, come è stato per gli stupri di Rimini.

E questo è indicativo di un certo modo di fare giornalismo, che pare mutare in base al colore e al mestiere dei protagonisti delle vicende.


'n omo, 'na donna, 'na donna, 'n omo... * Il Maschio Femmina di Gramellini.


Gramellini è un grande.
Una carriera basata su luoghi comuni, frasi fatte e sciocchezze incomprensibili. 
Concetti (?) buttati alla rinfusa in una specie di centrifuga, mischiati come viene e poi rimessi insieme in un italiano semplice e di facile lettura, perché possa essere condivisa a destra e sinistra, da uomini e donne.

Davvero, un genio.

L'ultima perla (in ordine puramente cronologico: so già che arriverà di meglio) è un'interessantissima descrizione del "Maschio Femmina", essere mitologico che in pratica piscia seduto, si lava, pulisce casa e lascia guidare la compagna. 
Una cosa che nel 2017 per i Gramellini deve risultare ancora parecchio spiazzante, ma che alcune di noi conoscono da qualche decennio. Io, per dire, ho un padre così.

Il pezzo di Gramellini, ospitato ne "Il tempo delle donne", il ghetto rosa che il Corriere della Sera ha ritagliato per noi femmine tra un culo, due tette e il gossip su chi scopa chi, è un concentrato di luoghi comuni su uomini e donne talmente esagerato da sembrare una presa in giro. Anche se stiamo parlando di Gramellini.
Donne che guidano e maschi al posto del passeggero. Dove andremo a finire di questo passo, io proprio non lo so.

Davvero nel 2017 si fanno ancora battute sui maschi che si lavano le ascelle e usano l'aspirapolvere? Davvero ancora si può prendere in giro un uomo che fa il padre giocando e badando ai propri figli? 

Oddio, sì, si fanno, ma insomma, in un posto chiamato "Il tempo delle donne" la cosa sembra ancora più assurda.

Ma al di là delle cazzate tipiche del gramellinismo, c'è una cosa che mi ha lasciata parecchio perplessa:
Purtroppo anche il Maschio Femmina può trasformarsi in un mostro, quando si sente abbandonato. Resta incapace di chiudere una storia in modo netto e di reggere il distacco. Ogni storia che finisce rinnova il suo trauma primordiale, quello sganciarsi dal grembo della donna al momento di nascere che lo induce a sentirsi abbandonato anziché creato. La sua, anche al netto dei casi di cronaca nera, è una forma di dipendenza che si nutre di falso orgoglio e autentico egoismo. Ma un uomo, ancorché modificato, serve ancora a qualcosa?
Aiutatemi a capire.
Cosa vuol dire "può trasformarsi in un mostro quando si sente abbandonato"?  Cosa significa "al netto dei casi di cronaca nera"

Si sta forse suggerendo che quando un Maschio Femmina, quello che ci sembra "migliore" perché usa il deodorante, può arrivare ammazzarci ("diventare un mostro"), se si sente abbandonato?
Si sta forse dicendo che la colpa è delle donne ormai troppo forti, indipendenti, che addirittura guidano la macchina e che abbandonano i maschi trasformando in assassini anche i migliori di loro?

Non sarebbe la prima volta e temo non sarà nemmeno l'unica.  
È la strada più battuta, in fondo, la più semplice.
La nostra indipendenza svirilizza i maschi che si sentono castrati e quindi ci ammazzano.
Quante volte l'abbiamo già sentita?

Continuo a chiedemi come diamine sia possibile dare ancora credito a chi scrive tali pericolose assurde banalità e addirittura ospitarle in luoghi pensati "per le donne" (sì, lo so, è il Corriere, non posso aspettarmi molto). 
Come a volerci ricordare che va bene tutto, ma certe cose, care, non sono per noi. 

P.S. Gramellini, lascia stare Totti, quelle lacrime allo stadio sono state le nostre e se non le hai capite, povero te.

* In viaggio con papà, Alberto Sordi, 1982

venerdì 1 settembre 2017

Violenza, razzismo e corpo delle donne.

Ciclicamente i media mainstream sembrano accorgersi che -sorpresa!- gli uomini stuprano le donne. Anzi, che le donne vengono stuprate, e vi assicuro che il fatto che venga usata la forma passiva del verbo ha un significato forte di cui prima o poi sarebbe il caso di ri-parlare.

Comunque, perché ciò accada, perché i media si interessino di violenza sulle donne e lascino per un attimo da parte deliri sul ritorno alle sane abitudini delle mamme anni 50 o la lunghezza delle gonne al Festival di Venezia, è in primo luogo preferibile che la violenza (o le violenze, nei casi di maggior fortuna per i/le giornalisti/e e gli/le opinionisti/e) sia particolarmente brutale.

Questa settimana è stata notevolmente prolifica da nord a sud, in particolare grazie alla duplice violenza di Rimini, dove quattro uomini hanno stuprato a turno due donne.
A quanto pare i quattro stupratori sarebbero stranieri, si dice nordafricani o comunque negri e quale migliore occasione per cominciare una nuova guerra da combattere sul corpo delle nostre donne?

Guardatevi intorno, chiunque ha qualcosa da dire su quegli stupri. Oddio, ad essere oneste su uno di quegli stupri, visto che il secondo stupro è stato su una donna transessuale e, insomma, dai, sticazzi.

Anzi, per essere oneste fino in fondo dobbiamo dire che non si sta parlando di quella violenza sessuale, ma soprattutto di "quattro vermi magrebini", come li chiama Meloni.

Perché quello che sto notando è che ciò che pare interessare maggiormente è la provenienza geografica degli stupratori.
Certo, mi sa che qualcuno avrebbe preferito che i quattro negri islamici (sì, il pubblico da casa sa già tutto) avessero violentato a turno due donne italiane e non una polacca e "un trans" che fa la puttana. Sarebbe stato perfetto per il sempre di moda "difendiamo le nostre donne". Ma non si può avere sempre tutto.

Oggi ho visto una decina di articoli in cui si parla di "emergenza stupri", della "pazza estate degli stupri", in cui si fa la conta per capire se ci violentano di più gli immigrati clandestini che prendono 35€ al giorno negli hotel o gli italiani.

Lo stupro usato per giustificare il più becero razzismo, a ulteriore dimostrazione -se mai ne avessimo avuto bisogno- che è sempre sul nostro corpo di donne che si combattono le guerre più zozze.

No, non è un'emergenza.
Non è questione di geografia, di condizioni economiche, di religione.

È la cultura patriarcale, che in questo paese ci teniamo volentieri ben stretta.
È l'idea che una donna sia un oggetto da possedere, un essere inferiore da sfruttare, da abusare...

E sono sempre gli stessi discorsi, le stesse parole, che andiamo ripetendo da anni e che nessuno sembra davvero voler capire.

E fa male.

mercoledì 10 maggio 2017

Giudice, giuria e boia.

Molte delle parole usate per raccontare la tragedia di Trieste sono ai limiti della barbarie.
La cronaca ricorda altri episodi simili ed egualmente tristi, ma la coincidenza con la festa della mamma è troppo ghiotta e c'è chi ne approfitta da brav* avvoltoio per cogliere la palla al balzo. 



L'Huffington Post offre l'esempio più limpido di questa barbarie, con l'articolo di Dirani "La festa della mamma di un'assassina".


Un concentrato di cattiveria puro, come raramente si è visto. 
Roba da fare impallidire Adinolfi per il grado di ferocia, cinismo e crudeltà vomitato su una sedicenne. 

La storia è drammatica e, ahimè, fin troppo già sentita: una ragazzina di sedici anni è incinta, pare che nessuno in famiglia se ne sia accorto. La ragazza partorisce in casa, presumibilmente sola, e cala la bimba appena nata, avvolta in una busta, dalla finestra. 
La bimba viene ritrovata da una passante e portata in ospedale, dove muore ore dopo.

Terribile.

E qui finalmente Dirani ha l'occasione di vomitare i suoi giudizi senza nemmeno per un attimo fermarsi a pensare a ciò che può essere passato per la testa di una sedicenne in quella situazione.

Ha scritto che nemmeno una bestia avrebbe fatto mai una cosa simile, perché perfino le bestie hanno l'istinto materno e «tra infiniti cuccioli non sbaglieranno mai ad afferrare tra i denti il proprio per tenerlo al sicuro».
Una scarsissima conoscenza del mondo delle "bestie" e un'enorme dose di cattiveria, una bella metafora per farci odiare quella stronza assassina che è meno di una iena davanti ai suoi cuccioli in pericolo.

Le augura di essere  perseguitata dalla festa della mamma «ogni giorno di quel che resta della tua povera vita».

Nemmeno per un attimo Dirani è parsa fermarsi a pensare a cosa possa aver spinto una sedicenne a comportarsi così.

Per lei, Donna, prima. Giornalista, poi., come si presenta sul suo blog su Huffington Post, tutto è limpido: quella ragazza è un mostro. 

Lei, Dirani, sa già tutto.


È facile per Dirani e quell* come lei parlare di leggi, possibilità, alternative.
Dirani non è una sedicenne incinta. 
Dirani, soprattutto, non è quella sedicenne incinta.

Eppure sembra sapere tutto di lei e sulla sua famiglia: è una bestia, un'ignorante, una carogna.
Sua madre è «Distratta, incurante, menefreghista, superficiale... o forse, molto più banalmente, lontana dalla vita di sua figlia.»

Dirani sa tutto di loro. E dall'alto del suo sapere giudica e condanna. 
Dirani e chi con lei sta vomitando odio su quella ragazza non sa e non si chiede perché abbia scelto di portare avanti quella gravidanza, perché non abbia abortito.
Non sanno e non si chiedono se quella ragazza sia mai andata da un medico, se abbia parlato con qualcuno, se a scuola o a casa qualcuno si sia accorto che stava succedendo qualcosa, se qualcuno le abbia offerto aiuto. Se lei lo abbia mai chiesto.
Non sanno e non si chiedono cosa sia stato per lei essere incinta, partorire, abbandonare quella bambina e saperla poi morta.

A Dirani e a quell* come lei non interessa quella ragazza, ma sono tutte e tutti pront* a giudicare, maledire, chiedere pene di morte ed ergastoli.


Giudice, giuria e boia.

lunedì 8 maggio 2017

Dieta.

Il mese scorso mi sono messa a dieta.

A settembre ho smesso di fumare e ho fatto un ciclo di cure farmacologiche che mi hanno fatto prendere peso. 

Niente di esagerato, forse, ma quei chili in più non mi fanno sentire bene.


Ho cominciato a mettere magliette larghe per coprire panza e culo, ad evitare lo specchio e a sentirmi a disagio in piscina.

Quindi sono corsa ai ripari e mi sono affidata ad una professionista.


Ovviamente ho cominciato a piagnucolare su Facebook, postando foto e video in cui mi ingozzavo di songino. 

Le trovavo divertenti e soprattutto credevo fosse piuttosto ovvio che condividere foto tristissime di insalate scondite fosse una cosa fatta per cazzeggiare e farmi compatire.


E invece quelle foto mi hanno aperto un mondo.

Tra chi ha consigliato di rassegnarmi al fatto che non ho più vent'anni e quindi ormai devo accettare il mio essere floscia e chi mi ha trattata come una mentecatta che si nutre di aria rischiando non so bene che malanno, ho letto ogni tipo di reazione.

Credevo, sono sincera, che la gente avesse una diversa considerazione della mia persona, invece mi sono sentita trattata come una specie di mentecatta che non vuole accettare di non essere più la ragazzina secca di quindici anni fa.

Messaggi privati, consigli non richiesti, battute più stupide che divertenti... la cosa mi ha sorpresa.

E quindi ho continuato a condividere foto e post sulla mia dieta, per vedere le reazioni dei miei contatti.

"Ma che te frega", "Ma che lo fai a fare", "Ma stai benissimo così", "Ma come fai senza birra", "C'avrai la bilancia rotta" e via dicendo.

Nessuna (parlo al femminile, perché sono le donne quelle che si sono dimostrate maggiormente "interessate" al mio nuovo regime alimentare) mi ha supportata, nessuna mi ha chiesto se ora sto meglio, se faccio fatica, come mi sento. 

Ieri EddieVedder, il mio cane, ed io abbiamo vinto una medaglia di bronzo ad una gara di jumping. Ovviamente ho riempito Instagram e Facebook di foto. 
La maggior parte dei commenti erano sul mio corpo invece che sul podio.

Questo per dire che sul corpo delle altre tutte hanno sempre moltissimo da dire e quindi abbiamo poco da stupirci se viviamo in un paese in cui una donna non è libera di lasciarsi crescere i peli sulle gambe o di non depilarsi le ascelle senza che chiunque si senta in diritto di giudicare.

Mi sono chiesta anche se queste reazioni possano essere in parte legate al mio dirmi femminista.
Banalmente: può una che si dichiara femminista volere un certo tipo di corpo?
Mi ha ricordato quando anni fa ad un corteo le mie gambe e le mie ascelle lisce furono oggetto di grosse discussioni da parte di due tizie che volevano convincermi che il mio essere depilata fosse il segno di quanto io fossi serva del patriarcato.

Se tante sono così pronte a giudicare la scelta di una persona di mettersi a dieta, di cosa ci stupiamo se nella colonna destra de La Repubblica si contano "i difetti delle star" e i buchi di cellulite della starlette del momento?


Ah, ieri dopo la gara ho mangiato le pappardelle al cinghiale.

[Se vi riconoscete in questo post, per favore, non venitemi a spiegare i vostri commenti alla mia dieta.]




lunedì 24 aprile 2017

Scherzi.

Durante l'ultima puntata di Amici è andato in onda uno scherzone in cui una donna, la cantante Emma, è stata molestata durante le prove dello spettacolo da un collega ballerino. 



Riguardando la scena, tutti gli ospiti presenti si sono sganasciati dalle risate.
E anche tutte le ospiti presenti hanno trovato molto divertente assistere ad una molestia sessuale.
Elisa, Ambra, ovviamente De Filippi e perfino la stessa Emma hanno riso di gusto guardando un uomo molestare una donna.


Quello che è successo in quel momento è una cosa gravissima: con le risa in quello studio è passata pacificamente l'idea che una molestia sessuale possa essere divertente. 

Che mettere le mani addosso a una donna, strusciarsi su di lei, toccarla senza il suo consenso possa essere "uno scherzo", un gioco, qualcosa che fa ridere.

In un programma dedicato a ragazze e ragazzi la violenza sessuale è stata sdoganata, banalizzata, resa divertente e accettabile.

Emma, vittima di una molestia (mi rifiuto di chiamare "scherzo" quello schifo), si è quasi "giustificata" dicendo più volte "non voglio essere bacchettona, ma così non riesco a cantare. Se lui me lo appoggia io non riesco a cantare, ma non voglio essere bacchettona." 

Come se pretendere di non essere toccate senza consenso fosse roba da bacchettone, come se denunciare una molestia fosse roba da bigotte. 

Ridendo insieme alle altre e agli altri Emma, quella che dal palco di Se Non Ora Quando urlò "non sono una donna pupazzo", ha detto alle ragazzine che è meglio "farsi una risata" piuttosto che passare da bacchettone se uno ti tocca senza il tuo consenso e ai ragazzini che mettere una mano sul culo, sulla fica, sulle tette di una ragazza senza che lei voglia essere toccata è uno scherzo divertente.

La gravità della cosa la spiega benissimo con un esempio Giulia Siviero su Il Post:

Il 2 febbraio del 2016 un uomo è stato assolto dall’accusa di violenza sessuale perché “scherzava”. Domenico Lipari, ex direttore dell’agenzie delle entrate di Palermo, era stato accusato di violenza sessuale attenuata nei confronti di due colleghe che lavoravano con lui. Una delle due donne aveva raccontato che Lipari le aveva toccato il sedere, l’altra che aveva toccato un bottone della sua camicia all’altezza del seno e un’altra volta le aveva sfiorato la «zona vaginale». Il 23 novembre del 2016 il tribunale di Palermo lo aveva assolto parlando nelle motivazioni di un comportamento «inopportuno e prevaricatore» che testimoniava «l’immaturità» dell’imputato e «l’inopportuno atteggiamento di scherzo». Secondo il tribunale non era stato commesso un reato perché Lipari aveva fatto effettivamente quel che gli veniva contestato ma senza trarne «appagamento sessuale» e senza «limitare la libertà sessuale delle due donne». I giudici avevano inoltre tenuto conto del contesto in cui si erano svolti i fatti, che era guarda un po’ «scherzoso»:

venerdì 24 marzo 2017

Storie della buonanotte per bambine ribelli.

Visto che ne parlano tutt*, ecco il mio indispensabile parere su "Storie della buonanotte per bambine ribelli". 


Che poi in realtà lo scrivo qui perché così ogni volta che uscirà il discorso su Facebook o Twitter linko questo e non devo riscrivere ogni volta. 
Furba e pigra, pigra e furba.


Dunque.

Il titolo.
Foto presa da qui
http://gallinevolanti.com/storie-della-buonanotte-per-bambine-ribelli/
Trovo che quel "per" sia escludente e senza bisogno di scomodare un'assurdità tipo il sessismo "al contrario".

Connotando il libro come dedicato solo alle bambine si perde, a mio parere, l'occasione di far conoscere un altro mondo ai bambini, un mondo che a otto anni (l'età consigliata per il libro, se non vado errata) a volte pare lontanissimo e irrimediabilmene diverso. 
Per lo meno ai tempi miei era così. Ricordo quanto è stato perculato G.C., che faceva educazione fisica coi fuseaux Arena.
Quanti bambini sarebbero felici di ricevere un libro palesemente dedicato alle femmine? Seriamente, dai.

A otto anni non si indossa niente di rosa perché è da femmine, figuriamoci chiedere un libro "per bambine" o portarlo in classe per farlo vedere alle maestre. Poi magari i tempi sono cambiati, eh.
È che da molte cose che ho letto pare che il mondo che ci circonda sia fatto di gente come noi, consapevole, attenta e che alleva figlie e figli libere e liberi di non curarsi di quello che una società sessista come quella in cui viviamo si aspetta da loro. Non è così e negarlo è ipocrita. È ancora pieno zeppo di madri e padri che non comprerebbero una macchina telecomandata alle figlie e meno che mai una bambola ai figli. Guardare il mondo come se queste persone non esistessero o fossero una sparuta minoranza è quantomeno miope.

Poi c’è la scelta delle biografie. E qui ovviamente il giudizio è ancora più personale.

Io, per dire, non spenderei un centesimo per una cosa che celebra un'assassina come una  "ribelle" e un esempio di caparbietà e sicurezza da seguire. Se mai dovessi avere una figlia o un figlio, mai, mai, mai Thatcher sarebbe tra gli esempi cui farli guardare. «Quando tolse il latte gratuito agli alunni della scuola primaria, fu detestata. Quando vinse la guerra delle Falkland contro l’Argentina, fu ammirata per la sua forza e la sua determinazione.»

La biografia di Michelle Obama non è nemmeno titolata col suo cognome, ma con quello del marito. Mi si dice che negli USA è costume, ma per me l'effetto è stato pessimo. Stando alla biografia proposta, Michelle si sarebbe sentita dire per tutta la vita se si può fare puoi farcela e quindi dopo essersi laureata ed essere stata assunta in un importante studio di avvocati, molla tutto per fare la moglie di Obama. «Un giorno, Barak le disse che voleva diventare Presidente degli Stati Uniti. […] così si licenziò e lo aiutò nella campagna elettorale». Così si licenziò. In quel così c'è esattamente tutto quello che mai e poi mai proporrei come esempio ad una bambina.

C'è Hillary Rodham Clinton, cui a differenza di Michelle viene riconosciuta la dignità del cognome, una ragazzina coraggiosa che combatteva i bulli nelle strade del quartiere insieme a neri e mamme sole. Una di noi, la compagna Hillary.
Infine Virginia Wollf, una ragazza tanto innamorata della scrittura e di suo marito che soffriva di depressione, di cambiamenti d’umore estremi.

Lo ammetto, non ho letto tutte e cento le biografie, mi sono soffermata sulle donne a me note, sulle piratesse (ecco, che ci siano due piratesse mi è piaciuto molto) e sulle due partigiane italiane.
Non ci sono riferimenti storici non dico accurati, ma almeno utili a capire quello che la maestra Laura diceva dovesse essere la base di ogni racconto: chi, dove, come, quando, perché. In questo libro tutto sembra niente più che una storiella. La figlia di un’amica le ha chiesto se si trattasse di “persone vere”, tanto poco credibili devono essere state ai suoi occhi.

Insomma, le biografie mi sono sembrate sciatte, scritte (tradotte?) male, noiose, piatte e prive di qualsiasi attrattiva. Non mi sono parse minimamente accattivanti, né stimolanti o motivanti. 

E poi ci sono gli uomini, spesso (troppo) presenti come salvatori, coloro senza i quali tutta 'sta ribellione non avrebbe potuto essere.
L’uomo che ha prestato i soldi a Coco Chanel (quella che insegna che non si è mai troppo ricchené troppo magre) Barak che ha permesso alla moglie di essere la prima first lady afroamericana o il pittore più famoso del Messico che si innamora di Frida e dei suoi quadri.

L'ho trovato, in sostanza, un'enorme, geniale, inutile (e in parte pure pericolosa, per come la vedo io) paraculata.



lunedì 13 febbraio 2017

Diventare uomini. Relazioni maschili senza oppressioni.

Partiamo dal presupposto che io non credo di aver mai scritto una recensione, ma sono mesi che questa ce l'ho tra le cose da fare, anche perché una delle prime presentazioni di questo libro è stata fatta da Tuba e insieme all'autore Lorenzo Gasparrini e ad Alessandra Chiricosta (filosofa, femminista, marzialista, donna stupenda e altre mille cose) c'ero prue io. 
Mi pare quindi doveroso ammettere le mie mancanze da subito, così metto le mani avanti e mi giustifico subito per la scarsissima professionalità e per le mie evidenti lacune.
Detto ciò, ci provo, tanto chi legge questo blog sa che non sono mai troppo seria.

Per me il libro di Lorenzo è stata una novità. Non avevo - colpevolmente - mai letto nulla di così (mi si passi il termine) "strutturato" scritto da un uomo che si dice non solo antisessista, ma addirittura femminista.
Sì, ci sono blog, articoli, siti, ma un libro così semplice e chiaro, eppure tanto completo, almeno a me, mancava.
Ed è stato interessante leggere il punto di vista di un "vincitore per natura" che da queste vittorie si percepisce sconfitto.

Forse è proprio questa la questione che mi ha maggiormente colpita: un uomo che ammette pubblicamente e senza giri di parole, non solo di non volere il privilegio che gli è stato assegnato in quanto nato maschio, ma che anzi afferma di trovarsi, proprio per questo, in una condizione di ansia a frustrazione.
Un uomo che rende pubblica la propria debolezza in una società che ancora vuole il maschio macho, l'uomo che non soffre, che comanda, che non esita e che soprattutto collega questa debolezza a un privilegio che gli viene accordato al momento della nascita.
[...] perché i vantaggi sociali che il patriarcato mi conferisce per il solo appartenere a questo genere sono pagati a caro prezzo, non solo dagli altri generi, ma anche dal mio, che si vede confinato in un mondo di virilità, di mascolinità, machismo, maschilismo, prepotenze, razzismi vari e che mi pone sempre obiettivi irraggiungibili.
Il tutto mentre mi istupidisce raccontandomi che tutto ciò è innato, immutabile, perché è, con la più ipocrita delle parole, naturale. [pagg. 19 e 20]
Il paradosso dell'oppressore oppresso, insomma. 
Ammettere non solo di non ritrovarsi nel proprio privilegio di genere, ma addirittura di trovarlo opprimente. 
Oh, nel paese del macho latino mi pare un passo importante.

E sempre da questo privilegio "naturale" è letta la lotta tra l'immagine sociale e il desiderio, tra quello che ciascuna e ciascuno di noi deve e quello che vuole essere. 
Si inizia da bimb*, quando a noi femmine non si consente di fare judo e ai maschi di fare danza, quando a noi bimbe non viene comprata la motocicletta elettrica e ai bimbi la cucina. 
Spesso non è nemmeno una cosa voluta. Ormai tutto è percepito, appunto, come la norma, quindi si fa così e si guarda come un alieno/a o nei migliori casi un* coraggios* chi da quella norma vuole uscire per sovvertirla. Come scrive Chimamanda Ngozi Adichie in "Dovremmo essere tutti femministi": «Interiorizziamo idee che derivano dalla società in cui siamo inseriti.»
Senza nemmeno rendercene conto, abbiamo spesso atteggiamenti perfettamente immersi negli stereotipi sui generi e spesso anche per le/i più consapevoli tra noi uscirne non è senza fatica.
Per me, per lo meno, uscire da certi stereotipi, cercare di non caderci più, è uno sforzo quotidiano e mai finito.

Più avanti, parlando di stereotipi, repressione dei desideri e dell'immagine sociale di sé che si scontra con le proprie aspirazioni, Lorenzo spiega chiaramente cosa sia per un uomo eterosessuale questa sorta di "cortocircuito":
Una bambina, poi una donna, hanno già una lunga tradizione di studi, di lotte, esperienze e testimonianze dei femminismi per spiegare la necessità della liberazione dal patriarcato. A un bambino, a un uomo, il patriarcato offre molto: un potere duraturo sulle donne e su chi non è eterosessuale, un mondo costruito su quel potere, Ma tutto ciò ha un prezzo altissimo: la repressione dei propri desideri e la sostituzione con desideri convenzionali e stereotipati; la continua ansia da prestazione in tutti i campi - privato, pubblico, sentimentale - perché vige la cultura dei dei vincenti e la sua necessità nella competizione continua; false sicurezze - la virilità, la superiorità fisica e intellettiva, le «responsabilità; le ipocrite convinzioni che giustificano tutto questo. 
Vivi in un mondo che ti vuole vincente sempre e comunque imponendoti un canone di comportamento uguale a quello di tutti gli altri maschi eterosessuali, che però in cambio ti chiede praticamente tutto, la rinuncia a quello che sei e vuoi essere. Da quel canone non puoi derogare, da quei binari non si deraglia, altrimenti sei un reietto.

Nel libro sono presenti tutti i temi di cui andiamo parlando da anni: linguaggio, educazione, sessualità e la cosa che ho maggiormente apprezzato è che tutto sia stato apertamente affrontato, nella più classica "tradizione" femminista, partendo da sé.
Non mancano, quindi, aneddoti di vita vissuta, usati per dimostrare, casomai fosse necessario, quanto scritto già nelle prime pagine: «[...] in una società sessista, nessuno nasce antisessista: lo si può solo diventare, e dopo un lungo lavoro su di sé che non può dirsi mai concluso definitivamente.» 

E io me li immagino Lorenzo e la sua compagna davanti alla maestra che non lascia che Andrea giochi con la cucina, un gioco "da femmina".



Lorenzo Gasparrini
settenove edizioni, 2016



Lorenzo lo trovate QUI

domenica 12 febbraio 2017

Patate bollenti e pompini.

Se una fosse stata fuori qualche settimana e aprisse oggi per la prima volta i quotidiani nazionali farebbe festa. 
Finalmente, dopo e grazie all'ignobile prima pagina che Libero ha dedicato alla sindaca Raggi, pare che il sessismo sia diventato un problema pressante per la stragrande maggioranza della popolazione italiana.
Finalmente la parola "sessista" è sulle prime pagine dei giornali.
La si può sentire negli uffici, nei bar, sui mezzi pubblici.
È un fiorire ovunque di articoli e post che spiegano con attenzione e dovizia di particolari che cosa sia il sessismo, come lo si riconosca, come lo si debba combattere per debellarlo una volta per tutte.

Solo che io sono sempre rimasta qua.

È divertente vedere come a spingere così tanto sul valore fondamentale dell'antisessismo siano quegli stessi personaggi o media che solitamente veicolano tutt'altro.

Il Corriere della Sera, per esempio. Che per settimane ci ha deliziato con le sexy cameriere, le sexy hostess, le sexy soldatesse e ora con i vestiti "birichini" delle cantanti di Sanremo. Oggi, tanto per fare un esempio, accanto all'articolo di Aldo Grasso sugli insulti di Argento a Meloni, c'è la galleria fotografica dedicata al culo di Lottie Moss, 19 anni, sorella di Kate.
O La Repubblica, la cui colonna destra non teme rivali in quanto a sessismo e allusioni soft porno.
Su Il Fatto Quotidiano, poi, è inutile accanirsi, qui ne ho parlato spesso e a lungo.

Per un attimo, solo per un attimo, però, sono stata quasi ottimista nel vedere tanta indignazione su Facebook e Twitter tra molti miei contatti solitamente abbastanza indifferenti se non refrattari alla questione.

Ho pensato che magari qualcosa si stesse muovendo sul serio. 
Che magari le troppe parole che spendiamo ogni giorno per denunciare sessismo e misoginia più o meno nascosti sarebbero state finalmente comprese. Che non sarei più stata guardata come una pazza veterofemminista isterica (il mio capo mi ha chiamata così una volta...) quando vado fuori di testa per un "puttana" buttato in una conversazione di lavoro.

E invece.

E invece subito è partita la gara tra simpatizzanti PD e M5S per cercare su Google gli insulti sessisti che gli esponenti di un partito hanno riservato negli anni alle donne dell'altro.

Si sono andate a recuperare storie di pompini, di puttane, di cosce e di bamboline, dimostrando ancora una volta che il sessismo in Italia non è mai un problema, che il problema, casomai, è il tifo.

E quindi mi si conferma che andava bene dire "puttana" a Carfagna, ma non a Oppo. Va bene dire che Boschi è lì perché scopa con Renzi, ma non che Raggi e Romeo siano amanti. E va bene che Argento dia della lardosa a Meloni e che io venga rimproverata di "difendere una fascista" solo perché è una donna.


Il punto non è il sessismo, non sono le offese alle donne in quanto donne: è l'appartenenza politica, per cui non si vede il cortocircuito che c'è nel chiedere "cosa faresti in macchina con Boldrini" e denunciare una testata giornalistica che chiama "patata bollente" la tua sindaca.

Mi chiedo se non dovrei cominciare a farmene una ragione.